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  • Fabio

IL PLENILUNIO GLOBALE DI KO PHAN GAN

Aggiornato il: 1 mar 2018


Negli anni Novanta la ricerca globale del divertimento ha trasformato una remota isola della Tailandia, quasi disabitata, in una delle più gettonate mete turistiche dell’Asia. Questo è un estratto dell'articolo che ho pubblicato per "LO STRANIERO"; (n.50-51) ago./sett. 2004.

Le ragioni del successo di Ko Phan Gan, nel golfo della Tailandia, dipendono unicamente dal full moon party e dal ciclico richiamo che la luna piena esercita su certi flussi turistici internazionali. Partecipare ad una ‘festa della luna piena’ significa inserirsi all’interno di un’umanità delirante, in un’esperienza collettiva all’insegna dell’eccesso.

Sunrice Beach richiama dai sette ai diecimila partecipanti, con picchi in alta stagione di quindici/ventimila, una marea di giovani che si distribuisce sulla lunghissima spiaggia tropicale, danzando confusamente i vari generi musicali sotto fasci di luci stroboscopica. Il solo fatto dell'agglomerazione agisce come un potente eccitante al party che registra un consumo massificato di alcool e droga. Alcuni non vedranno neanche sorger il sole per la clamorosa sbornia rimediata, dormendo dove capita, a volte lambiti dalle onde o dalla propria chiazza di vomito. Tuttavia è l’ecstasy o MDMA, un tipo di droga sintetica, a farla da padrone. A detta dei consumatori abituali, l’ecstasy funzionerebbe come un eccezionale empatogeno che dà al ballerino una calda euforia, la sensazione di un dolce benessere emotivo e fisico. Inoltre l’ecstasy (letteralmente ‘toccare dentro’) metterebbe in contatto con se stessi e con gli altri, senza inibizioni e intoppi legati alla personalità. Questa sua qualità entactogena appare evidente durante il party soprattutto quando comincia ad albeggiare sopra l’orizzonte marino: un’euforia incontrollata s’impossessa dei corpi dei ballerini; urla selvagge e tuffi in un mare che sembra aver ritrovato la sua primitiva e misteriosa bellezza.

Nel corso della mattinata e poi per buona parte del pomeriggio i ballerini più irriducibili continueranno a celebrare il plenilunio al suono della musica Trance, raccogliendosi attorno allo Zoom Bar. Sudati e sorridenti, dopo innumerevoli ore passate in traiettorie percettive affascinanti, sfoggiano una tenacia e una vitalità animalesca. Per un estraneo come il sottoscritto, che non conosce le regole della tribù trance, questo potrebbe sembrare uno spreco immane e ingiustificato di energia, un intenso atletismo aggregante, ma Ko Phan Gan non è un caso isolato. Per molte altre ‘località ai margini’ la fase lunare costituisce ancora un punto di riferimento fondamentale per le vicende sociali ed economiche. Oggi una postmoderna tradizione colloca nel plenilunio il momento culminante e privilegiato di una coerente pratica e filosofia di vita. La maggior parte dei party all’aper

to, sopratutto illegali, si svolge in corrispondenza del plenilunio, o durante i solstizi annuali, per ‘ragioni mistico-ancestrali’. I luoghi prescelti sono zone difficilmente accessibili: si svolgono nel deserto, in montagna a migliaia di metri d’altezza, nelle giungle o nelle spiagge di isole selvagge, ma anche nei relitti industriali abbandonati delle periferie delle nostre metropoli.

La musica trance fu concepita all’inizio degli anni Ottanta nella cittadina di Goa, in India, e da lì prese originariamente il nome di Goa-trance. La suggestione spirituale indiana e hippy definì la forma concreta di questa musica elettronica, proponendo ritmi ossessivi e introversi, dilatazioni dolci e psichedeliche che cercano di indurre nell’ascoltatore e nel ballerino degli ‘stati di coscienza non ordinari’. In seguito la musica diventò un genere di produzione panglobale e trasformò il suo nome in Psy-trance (Psichedelic-Trance), o più semplicemente Trance, sottolineando ulteriormente la natura della sua ispirazione musicale. Infatti la Trance è studiata per dare libero sfogo alle allucinazioni sonore prodotte da LSD e funghi con alto contenuto di psilocibina, a cui partecipa del resto anche tutto l’ambiente con la sua estetica tradizionale (luci, abbigliamento e vernici fluorescenti). Nell’ambiente dei viaggiatori la musica trance è profondamente intrecciata con credenze e filosofie disparate, teorie spirituali orientali (un miscuglio sincretico di Tao, Induismo, Zen, Hatha Yoga, cosmologia Maya e teorie sull’abduzione aliena) e di riti pagani politeisti, ottenendo una confezione completa di “tribale postmoderno”.

Il primo full moon party in Ko Phan Gan risale al lontano 1986. Il capo di Hat Rin a sud dell’isola, con le sue numerose spiagge, era un territorio coperto interamente da una lussureggiante foresta di palme da cocco. Nel giro di un paio d’anni cominciò a popolarsi di una quantità crescente di viaggiatori, fino ad assumere le sembianze di uno strano villaggio di esuli, costituito interamente da bungalows. Insieme a Goa, Ko Phan Gan assurse velocemente a capitale mondiale del movimento Trance. I party si istituzionalizzarono come un’attività quasi quotidiana e delirante, ma già a partire dalla metà degli anni Novanta Hat Rin era diventata una ben definita e consolidata meta turistica che esercitava un’attrazione irresistibile nei confronti di un pubblico molto più ampio e, in una certa misura, molto diverso rispetto ai primi insediamenti hippy. Nella zona franca di Hat Rin libertà, droga, divertimento, spiritualità, sesso e natura erano a portata di mano e anche di portafoglio: l’isola realizzava le propensioni e i desideri virtuali di centinaia di migliaia di giovani occidentali economicamente privilegiati. E le strutture ricettive sull’isola si sono da allora continuamente aggiornate: dai circa cinquecento bungalow del 1986 siamo passati ai diciassettemila del 1993, e ai circa cinquantamila del 2003. L’isola e, in particolare, il villaggio di Haadrin (la forma inglesizzata di Hat Rin), hanno instaurato un camaleontismo perfetto con i gusti e le esigenze dei backpacker (un tipo di turismo giovanile estremamente mobile). Decine di ristoranti di cucina internazionale, di negozi e boutique hippy, di minimarket, di farmacie, d’agenzie turistiche e di centri di massaggio trasformano lo spazio centrale in un luogo claustrofobico, sommerso da insegne colorate, bancarelle, e da un caotico andirivieni di gente che dà la sensazione di trovarsi un una specie di ‘suq arabo completamente delocalizzato’. Nel clima generale di propensione all’eccesso ambulanti, girovaghi, tassisti, imbroglioni, prostitute e spacciatori diventano le attrazioni principali; e i turisti si tuffano alla ricerca dell’avventura amorosa cosmopolita. Ko Phan Gan è oggi un esempio di neocultura transnazionale, di “isola culturale occidentale”.

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